I once wrote to someone that I felt english to be the most confidential language to me. That same person told me that my voice changes when I speak english; it gains twains of bitterness that it usually doesn't possess. That same person doesn't want to talk to me any longer, be it because of my verbal bitterness, be it because I bring back unpleasing memories. But tonight this is my mood, back to my hidden capacity to switch into the other one, to wear the baggier clothing, to move the accent to other notes. Dreaming of a cat drowning in the ocean and realising at the same time to have lost my own wallet and to say it out loud. And then gasping, and sipping and no one to share those emotions with. And again today sipping and weeping and it's no more a matter of language, but there is still no one to share that with.
Un film noioso e poco sentito, un freddo inaspettato, le scarpe troppo larghe in quanto altrui, rientro a casa verso l’una senza stelle nel cielo. Un po’ di latte e qualche rivista, poi una sommaria ricerca di qualcosa di breve da leggere, qualcosa di già letto che mi conduca dolcemente al sonno, da cercare non tra le mie cose, ma nella libreria della stanza accanto. Piumone fresco di quelle sostanze che dovrebbero sostituire in maniera meno invasiva la naftalina, chill chill chill e brrrr, gatto che dorme sulla finestra, l’introduzione è meno di due pagine e poi è sufficiente quella manciata di righe del primo “La Città e la Memoria” e la mano destra si allunga per spengere la lampada sul comodino e la mano sinistra sistema frettolosamente il libro a fianco del cuscino. La mano destra torna verso il corpo, verso il viso e poi verso il collo. E lì, al posto della pelle liscia, seccata da un’abbronzatura quasi del tutto estinta, il ruvido, il raschio di particelle un po’ rade tra la maglia, le saliere del collo e le spalle. Un tarlo? Ma qui non c’è legno sul soffitto… La maglia? Eppure era già stata indossata la notte prima… Nel torpore e nel buio, nello stropicciarsi del sonno che stava arrivando, difficile realizzare con immediatezza che si trattava di sabbia. Ma una volta riconosciuta la sensazione tattile (e il sapore: un gusto un po’amaro di cose perdute…), l’immagine giunge subito nitida: del libro letto in cima agli scogli, il vento che sfoglia le pagine di questo Calvino dei Nuovi Coralli, il sole del pomeriggio, sulle braccia la peluria imbiondita e imbiancata dal sale dei bagni ripetuti, i capelli annodati dopo dolorosi strigliamenti con un pettine di plastica.
L’avrò letto io? O sugli scogli mia madre, cinque dieci o quindici anni fa? più probabile così, ma non fa differenza.
Perché la sabbia è rimasta tra le pagine, ma l’estate, come da canzonetta, è bella che finita.

