giovedì, marzo 18, 2004
"...well I thought that was the beginning of happiness, but in fact that wasn't the beginning, that was happiness" the Hours
lunedì, marzo 15, 2004
L’imponderabilità dei pensieri altrui mi destabilizza. Vorrei sapere di più, vorrei conferme delle mie intuizioni, delle mie osservazioni, vorrei capire se gli sbalzi del tracciato che ho dentro sono accompagnati dai tracciati altrui, da movimenti repentini, antitetici o complici che siano, degli altri, o se sono io che ho variabilità , volubilità , volatilità , troppa, dentro.
Distacchi e ricordi. È un conflitto tra fidarmi di me stessa e leggere la storia, la vita, con occhi di disillusi; antinomia tra sorridere con una mano tra i capelli e il disincanto. Tra le parole con cui gioco e che mordicchio, addento e poi rifiuto disgustata, bulimica, tra la vita che reclama di essere vissuta, la musica fenomeno chimico nel cervello, tra convincersi che sono loro, inesorabilmente diversi, inesorabilmente meschini, pusillanimi e pretenziosi, in un’aula che non è una miniatura che riproduce fedelmente il mondo; tra tutto questo e un gesto rinunciatario.
Non riesco a sfuggire alle volute della primavera scorsa. Tornano, tornano sempre a trovarmi nei sogni. Isabella che, maledetta tu, non potevi risparmiarmi quello strazio indecente delle tue invidie e della tua cecità drammaturgica? La turris eburnea dell’amicizia si è spostata altera così in alto dopo che ho fatto fuori la tua pedina… e le chesterfield lights che ricomparivano sul mio comodino a maggio, e i risvegli senza impegni, e il tuo narcisismo spropositato, Luca, la tua incapacità di gestire il desiderio di avere me e di avere pure te stesso, che io non ti ho mai tolto niente, ma tu non mi hai mai visto vera, mai di carne, sangue, incertezze e cattiveria come sono fatta, e per questo mi hai fatto troppo male, più di quanto fossi in grado di tollerare. Farti fuori è stato così facile; non ti amavo più; ma il dolore non ce la faccio a scacciarlo. Mi tortura quando cedo, quando freno, quando i muscoli contratti del collo si allentano, e il libro di Fitzgerald scivola giù dal letto, e il sonno mi avvolge, chè quando vieni a farmi visita tu nei sogni tenera la notte non lo è mai. E i pomeriggi che mi rubavi, con il sole che calava sempre più tardi, e le sigarette smezzate fino a mattina, e i brandelli delle nostre tesi ad aspettarci pazienti, cos’è che non potevi reggere di me G., il fatto che me ne rimanevo tranquillamente seduta a guardare le foto in stanza tua mentre tendevi i panni, e che non volevo definizioni ed etichette per me e per te? Volevi forse uno scatto di femminilità che ti avocasse a sé, scalcitando e reclamando, avvolti dal torpore di un giugno torrido per non pensare a un rifiuto?
Il caldo che arrivava senza tregua e certezze che si sfaldavano, ruzzolavano giù, e forza a prendere una boccata d’aria e a rituffarsi in apnea, per sopravvivere al calore, e poi a incamerare calorie per resistere al rigore invernale con il letargo.
Sono le sei, c’è ancora tanta luce fuori e non ho bisogno di un maglione adesso. Mi sbrino e torna la primavera. E adesso sento che potrei deragliare.